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carrubbaI metodi mafiosi non venivano adoperati dalla cosca di Campofranco soltanto per "affari" quali estorsioni, imposizioni

di appalti e così via, ma anche per risolvere le beghe personali dei vari affiliati. O almeno questo è ciò che sostiene il collaboratore di giustizia Maurizio Carrubba, il quale, nel corso degli interrogatori resi davanti ai magistrati della Dda nissena, parla di un progetto - poi non messo in atto - per "gambizzare" a colpi di fucile Giuseppe Di Carlo, un parente di Salvatore Termini, detto "Giuvannazzu". Agguato che doveva avvenire sulla strada che collega Sutera e Campofranco, dove Di Carlo, che faceva il fontaniere, stava lavorando. L'attentato non venne eseguito perché, a dire di Carrubba, se avessero sparato con il fucile avrebbero rischiato di uccidere la vittima.
«DOVEVAMO USARE UN FUCILE A POMPA». «Eravamo io e Giuseppe Modica che dovevamo utilizzare un fucile a pompa per gambizzare un parente acquisito di Salvatore Termini detto "Giuvannazzu". Si trattava di problemi familiari, mi pare che questo parente di Termini si chiamasse Giuseppe Di Carlo, faceva il fontaniere, forse ora fa il capofontaniere. Questo è sposato con una nipote acquisita del Termini, da parte della moglie, mi pare che sia la figlia del fratello dell'ex moglie, ecco. Mi chiese se a questo Di Carlo lo potevamo gambizzare con un fucile a pompa. Avevano avuto dei litigi e lui voleva risolvere la cosa in questo modo».
Un'affermazione che lascia sbalordito anche il sostituto procuratore Stefano Luciani che conduce l'interrogatorio reso da Carrubba il 22 giugno dello scorso anno. Il magistrato chiede spiegazioni: «Rimango sbalordito, perché con un fucile lo mandate al creatore, o minimo minimo se ne andava in carrozzella, gli partiva la gamba…». Carrubba precisa che l'agguato non ebbe poi luogo: «L'agguato non è stato eseguito», afferma Carrubba.
«CONFIDAI A MODICA DI VOLERE COLLABORARE CON LA GIUSTIZIA». Il collaborante rivela anche di avere confidato in carcere a Giuseppe Modica di volere collaborare con la giustizia e che lo stesso Modica gli avrebbe raccomandato di essere evasivo quando avrebbe parlato del progetto di gambizzazione di Di Carlo. «Modica mi disse di essere evasivo», rivela Carrubba. Il magistrato chiede: «Evasivo con chi?». «Con lei», risponde Carrubba.
Ancora il dott. Luciani: «Ma perché? Lei aveva detto al Modica che intendeva collaborare?». Carrubba: «Si». Il dott. Luciani incalza: «E quindi che le dice? Non dirgli questa cosa?». Carrubba riprende: «No, non gliela dire, nel senso "non dirgli tutto", perché lui si voleva salvaguardare, diciamo… cercare di ridimensionare il suo ruolo. Lui era preoccupato perché ci eravamo procurati una macchina rubata tramite un suo amico di Palermo. Questa macchina siamo andati a prenderla a Villabate». Carrubba racconta poi di essere rimasto a Villabate e che Modica, da solo, si sarebbe diretto a Palermo per recuperare l'auto da usare per l'agguato. Secondo il racconto di Carrubba, dopo circa un'ora, Modica sarebbe tornato in compagnia di due persone. «Modica tornò con due persone, ma non li saprei né descrivere né riconoscere, non me li ricordo».
«NON CE LA SIAMO SENTITA DI FARE L'AGGUATO». Carrubba prosegue: «Poi siamo tornati a Campofranco e io nascosi il fucile in campagna. Facemmo alcuni appostamenti per vedere cosa faceva abitualmente Di Carlo e dove lavorava. Non dissi nulla a Mimì Vaccaro, perché per me Vaccaro non era niente. Io avevo avuto l'ordine da Termini che era sottocapo e per me bastava, non so se Modica glielo disse a Vaccaro di questo attentato. Il giorno stabilito ci recammo nel luogo dove lavorava Di Carlo, che in quel momento tagliava l'erba. Modica si era messo un cappuccio, un passamontagna. Ci siamo avvicinati, ci siamo fatti vedere, ma poi abbiamo deciso di non farla 'sta cosa. Abbiamo detto "facciamoci vedere e basta", anche perché non è che eravamo felici di fare questo agguato. Dicemmo "se poi a "Giuvannazzu" non gli va bene se la viene a fare lui 'sta cosa", anche perché ci sembrò un gesto esagerato nei confronti di una persona che non si meritava una cosa del genere. Con "Giuvannazzu" abbiamo parlato e lo abbiamo convinto a lasciar perdere. Il fucile l'ho dato a Peppe Modica e lo tenne lui».
Vincenzo Pane (tratto da La Sicilia)

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